14 Agosto 2022

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Dalla riunione Unesco in Colombia un altro passo avanti per "La Transumanza" come patrimonio culturale immateriale dell´umanità

Riconoscimento a livello transnazionale della grande valenza economica, sociale, di tradizione e culture che unisce genti e popoli legati alla pastorizia ed all´allevamento ovicaprino.

Il presidente Asso.Na.Pa., Battista Cualbu: “Il lavoro dei pastori è un’attività antica, ma utile anche per il futuro delle comunità rurali e per i cittadini, con un alto valore in termini di sostenibilità ambientale e produzione di cibi di qualità, tipici e da filiera corta”.
 

Dopo quasi due anni dalla presentazione formale della candidatura transnazionale de “La Transumanza” quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità in sede Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), proposta per a prima volta a Parigi, in Francia, un altro passo importante è stato fatto mercoledì 11 dicembre 2019 a Bogotà, capitale della Colombia, per il riconoscimento della grande valenza economica, sociale, di tradizione e cultura legata alle attività agropastorali.
 
“La Transumanza” è da oggi Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità: la proclamazione da parte dell’Unesco non è solo un fatto simbolico, costituisce anche il coronamento di un lungo lavoro fatto dall’Italia, capofila in Europa, assieme ad Austria e Grecia, che ha portato l’Organo di esperti tecnici indipendenti a valutare in modo positivo la decisione finale da parte del Comitato di Governo Unesco.
 
Un’attività affascinante e complessa, la transumanza: lo spostamento delle mandrie e delle greggi, nel nostro Paese in particolare, viene fatta infatti sia con i bovini negli alpeggi nell’arco alpino, o lungo le vie dei tratturi lungo l’Appennino e le pianure del Centro-Sud e coinvolge più regioni, dall’Abruzzo al Lazio, dalla Campania al Molise e alla Puglia, ma anche la Basilicata e la Calabria, con gli animali spesso accompagnati da uomini e donne a cavallo o con altri mezzi, ma viene praticata soprattutto con gli ovini e caprini. E’ un’attività diffusa in diverse aree, con numeri e modalità variabili e, come avviene ad esempio in Sardegna, dalle zone montuose alle pianure, o in provincia di Sondrio, dove è connessa alla vita delle malghe della Valtellina con compresenza di capi bovini da latte, ovini e caprini. Diverse manifestazioni nelle vallate locali, inoltre, hanno tenuto viva da anni la tradizione della transumanza.
 
L’antica pratica contribuisce alla conservazione e valorizzazione delle razze locali – a prescindere che effettuino la transumanza o meno – poiché esse sono simbolo della ricca biodiversità animale italiana: l’attività di pastori e allevatori ha consentito di far sopravvivere ovini come la pecora Bergamasca, le capre Frisa Valtellinese e Bionda dell’Adamello, diffuse al Nord Italia, o le pecore Sopravissane, Gentile di Puglia, Merinizzata Italiana e Appenninica, scendendo dal Centro al Sud, fino alle Isole, con la Sarda, la Comisana e Valle del Belice in Sicilia.
 
“Il riconoscimento internazionale a favore della transumanza è un passo importante ed una notizia bella e positiva – dichiara il presidente Asso.Na.Pa. (Associazione Nazionale della Pastorizia), Battista Cualbu – . Ricordo che il Pastoralismo, come pratica culturale, era già andato all’attenzione dell’Unesco, partendo dalla Sardegna, in particolare da Nuoro, ma ora siamo di fronte ad un altro passo fondamentale, poiché la materia ha avuto un coinvolgimento sovranazionale, riconoscendo, per l’Italia, il valore del comparto ovicaprino che genera economia, occupazione e indotto sia in termini di trasformazione di prodotti lattiero-caseari, destinati anche all’esportazione, sia di cultura, legata al turismo sostenibile ed alla valorizzazione ambientale e paesaggistica.
 
Il lavoro dei pastori è quindi un’attività antica, ma utile anche per il futuro delle comunità rurali e per i cittadini, con un alto valore in termini di sostenibilità ambientale e produzione di cibi di qualità, tipici e da filiera corta. Per questo, oggi più che mai oltre che tutelare la pastorizia dal punto di vista culturale bisogna porre in essere tutte le azioni possibili a tutela dei redditi e della dignità degli allevatori. Questo dell’Unesco è il giusto riconoscimento dovuto ai nostri avi, è grazie a loro, grazie ai loro sacrifici che siamo arrivati dove siamo: molte aziende sono diventate negli anni stanziali ma hanno mantenuto il filo conduttore della passione e del sacrificio”.

Redazione


Ufficio stampa A.I.A.
Camillo Mammarella


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