25 Giugno 2022

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Sconfiggere l’ignoranza volontaria

Nuova campagna Horse Angel

Le riflessioni espresse in questo articolo sollevano questioni etiche complesse.

Ci riferiamo alla scomoda questione di quando l'ignoranza diventa “volontaria”, quando l'adesione alla tradizione smette di essere un modo di onorare quelli che sono venuti prima di noi e diventa una scusa per non cambiare perché evolversi non è conveniente.

Anche nel mondo del cavallo, dove la gestione è finalizzata all'opportunità, spesso con poco riguardoper i bisogni e gli istinti del cavallo.

Dov'è il confine tra disinformazione e strategia dell'ignoranza?

Non abbiamo nessuna pretesa di dare delle risposte che possano andare bene per tutti, desideriamo solo condividere delle riflessioni.

Quello che, secondo noi, esprime certa gente di cavalli oggi non è la mancanza di competenza ma una lacuna in pazienza: il volere tutto e subito e con un investimento basso in risorse. Ci sono molte aree dove questa sorta di attitudine è rampante e sorprendentemente ovvia.

Ad esempio molti cavalli sono svezzati e ‘iniziati’ in età precoce e questo negli anni può comportare per essi una difficoltà relazionale con i propri simili. La monta sconsiderata, o con sella non appropriata, può essere la causa dolori ai muscoli e alle articolazioni.

Usati come macchine, questi cavalli a cui non è  permesso di comportarsi come natura vuole (rotolarsi nel fango, giocare con i propri simili, sgroppare e nitrire galoppando in un grande campo pieno di sole, mangiare e bere con la loro testa giù e il collo disteso e così via) possono sviluppare patologie depressive che peggiorano i problemi fisici, o ne sono la concausa.

Se a ciò aggiungiamo la politica di gestione che li vede chiusi in box, spesso per 24 ore su 24, montati al massimo un’ora al giorno, alimentati con granaglie iperproteiche e poco fieno, una combinazione letale per il benessere fisico e mentale del cavallo, ci viene naturale chiederci il perché di tanta ottusità volontaria sul benessere del cavallo.

Ad esempio, in molti preferiscono somministrare molto mangime e poco fieno perché fa risparmiare tempo e si ottiene una pancia piatta. Poi il cavallo va spesso in colica e non si vuole vedere il nesso. Ed è considerato seccante trovare il cavallo coperto di fango o con un ferro perso giocando al prato, quando si potrebbe prendere il cavallo già perfettamente pulito e lucente dal box esattamente quando si ha bisogno di lui.

La possibilità di trovare compromessi funzionanti trova delle resistenze sulla base di argomenti sempre più deboli che alla fine rivelano mancanza di volontà. E come chiamare tutto questo se non ignoranza volontaria?  Quante persone faticherebbero ad ammettere qualcosa come: “Sì lo so che il cavallo sta soffrendo, ma in questo modo per me è più conveniente…e se è peggio per il cavallo pazienza”.

E se anche lo ammettessero arriverebbero alle stesse conclusioni: “Lo so che sarebbe meglio in quell'altro modo ma scelgo questo” aggiungendo delle giustificazioni costruite appositamente: “Sai, mi ha detto qualcuno recentemente che il mio cavallo è tanto più felice nel suo box 24ore al giorno, perché nei campi è freddo in inverno e pieno di mosche d'estate”.

Così il cavallo passa il tempo a guardare i muri vuoti attraverso le sbarre del box, sognando l'erba gelata o le sieste al sole con i compagni dove agiterebbe la coda per tenere le mosche lontane, ma felice. Altro esempio.

Perché perdere tempo ad allevare un cavallo giovane pagando tutte le spese veterinarie per due o tre anni, giusto per permettere al cavallo di maturare, quando si può addestrare precocemente e venderlo incassando subito e risparmiando denaro?

E ci si può sempre giustificare con un: “Perché così fan tutti”. E in questo modo chi dovrebbe avere a cuore il benessere del proprio cavallo diventa un complice del suo maltrattamento.

Le persone che si propongono come giudici o organizzatori di concorso, o i presidenti di federazioni equestri, dovrebbero proporre degli standard di benessere del cavallo e incoraggiare una migliore gestione piuttosto che salvaguardare pratiche egoistiche e crudeli.

E che dire degli istruttori di equitazione che pensano a vendere cavalli incoraggiando la cultura usa e getta anziché insegnare ai propri allievi ad avere maggiore cura degli animali? Ma c'è il vile denaro di mezzo, non è così? ”E' il mio modo di guadagnarmi il pane” dicono, ”non posso rischiare di andare contro il mercato!”

E queste persone non hanno forse un dovere morale nei confronti degli allievi e dei cavalli di cui sono responsabili? E la sottomissione al mercato non è forse un altro esempio di auto-convincimento in ciò che è conveniente invece di ciò che è giusto? In realtà il mercato lo fanno loro e utilizzano un argomento specioso per difendere quello che non hanno il coraggio di proclamare ad alta voce: affermare che è giusto rovinare un cavallo per tutta la vita semplicemente in nome delle competizioni e dei soldi. Perché è questo che molti fanno.

Abbiamo tutti incontrato queste persone. Siamo stati tutti così? Il problema con questo stile di pensiero e condotta è che il cavallo diventa una vittima anziché un protagonista degli sport equestri. E la sua salute, la sua felicità, la sua generosità risultano tanto tragicamente malposti. E questa è una ingiustizia che ci fa soffrire e ci indigna.

Come è facile chiamarsi fuori,  negare l'evidenza, anche contraddicendosi.

Eppure, quanti cavalli quando hanno un calo di prestazioni, dovuto magari a condizioni temporanee di male alla schiena o ai posteriori o al collo, vengono visitati da professionisti abili che conoscono le cure adeguate, innanzitutto il riposo al paddock, ma i proprietari anziché seguire i consigli trovano qualche ragione per fare l'opposto, finendo per rovinare completamente il cavallo?

Perché? Tanti proprietari non vogliono credere e a quello che il professionista serio ha consigliato per il recupero del cavallo, scioccati all'idea di dover pagare tutti quei soldi per un cavallo che non possono montare, così decidono che il terapista è incompetente e certe pratiche sono solo strategie ruba soldi.

Loro vogliono solo “aggiustare” il cavallo con qualche piccola manipolazione e qualche colpetto qui e lì… perché l'animale possa continuare nel lavoro equestre a loro piacimento.

Potremmo citare infinità di esempi, ma siamo certi che chiunque legga l' articolo possa trovarne altri dal repertorio personale di memorie da frequenza di maneggio.

Secondo noi vanno responsabilizzate le federazioni equestri, i veterinari, i terapisti e anche gli istruttori di equitazione. Troppe volte accettano questa attitudine nei loro clienti anziché educarli a rispettare la vita e la salute del cavallo.

Alcuni ci provano, ma scoprono che urtano un muro: eppure se avessero l'appoggio delle federazioni otterrebbero certamente più risultati. E perché questo appoggio manca?

L'etica negli sport equestri andrebbe comunicata con più forza e insistenza.

E, inoltre, dovrebbe essere posta più attenzione ad esempi di gestione che riconoscono gli elementari bisogni degli equini e i rischi nel metterli al lavoro troppo presto. Ma spesso le federazioni, i veterinari e gli istruttori sono della stessa opinione del cliente, che è quella di far rientrare in allenamento il cavallo il prima possibile, come se tutti i cavalli fossero corridori da 1000 euro al giorno.

Questa impazienza dà come risultato cavalli che necessiterebbero di essere lasciati al prato per il tempo necessario e poi rieducati da principio, i quali invece finiscono schiaffati in equipaggiamenti più restrittivi e messi a regime di allenamento ed i loro problemi aumentano… e sono picchiati (fisicamente o mentalmente o tutti e due) perché faticano a stare dietro alla routine loro imposta.

Molti diventano zoppi già nei primi quindici anni di vita, e per il resto sono condannati a passare da proprietario a proprietario, scuola a scuola, fino all'abbandono o alla macellazione.

“Cosa potevo fare?” frigna la proprietaria, mentre carica il cavallo sul van del commerciante. “Non posso permettermi due cavalli, ho dovuto venderlo a chiunque lo volesse così, in modo da poterne comprare un'altro da montare” continua. E  cosa è questo se non auto-convincimento e della peggior specie di egoismo, quello che giustifica la morte di un essere vivente solo per il proprio piacere sportivo?  E' questo lo sport equestre? Scuola di morte anziché scuola di vita? Quali sono i valori che produce?

Molte persone non vogliono cambiare, molte credono di non poter cambiare e finiscono per giustificarsi anche con la religione: “Siamo nati così e così dobbiamo vivere e morire, sfruttando la natura e gli animali a nostro uso e consumo. L'etica non serve con gli animali. Loro non sono dotati di anima”.

E poi cambiare fa paura. Pensate a quello che comporterebbe rispettare i cavalli onestamente…denaro da investire, coccarde sulla testiera di qualcun'altro.

E quindi molti preferiscono negare la giustezza di una evoluzione culturale, anche se altrove in Europa e nel mondo certi concetti sono diventati legge e non ci si può più permettere di ignorare i bisogni naturali dei cavalli in equitazione. Eppure ci consideriamo un paese civile e avanzato.

A molte persone non piace cambiare se stesse, preferiscono modificare il punto di vista sugli altri pur di poter continuare a mantenere i propri standard. Altri temono che il cambiamento possa metterli in ridicolo di fronte alla maggioranza.

E questa paura del giudizio altrui è un deterrente sufficiente per non fare la cosa giusta. Si finisce per considerare inferiori coloro la cui dignità non si vuole riconoscere. Perché è conveniente rifiutare di ammettere la capacità di un animale di avere quelli che sono chiamati i sentimenti; così da poterli trattare in modo insensibile, ignorando i loro bisogni istintivi e la loro capacità di soffrire e non da ultimo l’autenticità di questa sofferenza.

Da questo si procede alla trivializzazione di ogni sentimento umano che possa interferire negli obiettivi egoistici.

E' da notare che la maggior parte dei cosiddetti attributi tradizionali “femminili” sono considerati validi solo quando non si intromettono nel mondo più grande o più “importante” degli affari. Perciò compassione, considerazione, rispetto per i bisogni degli altri, animali inclusi, diventano un derisorio insulto nella bocca di chi non vuole vedere inquinato da questi concetti il mercato competitivo e basato sulla dominanza.

Come se non fosse la mancanza di principi etici a inquinare invece il mondo in cui viviamo. Alle volte basterebbe poco, semplicemente il giusto, per migliorare di tanto la vita di molti.

E invece l'etica è presa come “svenevole sentimentalismo, utopistico sogno o sdilinquimento new-age da femminuccia”. La paura di essere scherniti fa sì che diversi atleti esitino a prendere posizione apertamente per il cavallo.

La derisione è riversata anche sul “non esperto” o, ad esempio, sui volontari della nostra associazione che osano sfidare i canoni tradizionali dello sport equestre parlando di etica di gestione del cavallo.

Le parole, il linguaggio, sono armi forti e devastanti da non dare per scontate, sono parte di noi, come respirare, e dimentichiamo che possono essere insidiose, i loro colpi dissimulati, gli scopi nascosti… Ma le parole possono anche cambiare il mondo.

Susan Garvin, l'autrice dell'articolo, ha conseguito il diploma in Etologia Equina al  Warwickshire College (GB) ed è una volontaria di Horse Angels onlus, Associazione Nazionale per la Tutela degli Equini, per la quale ha scritto questo articolo di sensibilizzazione collegato alla campagna stampa “Sconfiggere l'ignoranza volontaria”

UFFICIO STAMPA HORSE ANGELS

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