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Il potere delle parole.

In un futuro prossimo, forse, potrete direttamente connettervi con il cervello del vostro istruttore, scambiando così esperienze, tecniche, sensazioni. Fino ad allora, però, la normale comunicazione rappresenta l’unico modo per trasmettere concetti e tecniche.
Testo e foto di Massimo Garavini.

La maggior parte dei fallimenti nel comunicare indica principalmente un mancato allineamento tra lo stile di insegnare dell’istruttore e lo stile di apprendere dell’allievo. Il vostro tipo di apprendimento è la somma delle informazioni che ricevete e il modo in cui il vostro cervello le elabora. Ognuno di noi può, riguardo all’imparare, dare priorità ed essere più recettivo a ciò che vede, a ciò che sente o a ciò che prova fisicamente. Se siete più orientati verso un apprendimento visivo, sarete anche più sensibili alle similitudini figurate che evocano in voi immagini con le quali potrete confrontarvi. Se siete invece più sensibili alle descrizioni, farete molta attenzione alla correttezza della terminologia e saranno in questo caso le parole a evocare in voi sensazioni e ricordi.

 

In ultimo, se siete più orientati verso le sensazioni fisiche, per esempio in riferimento alla vostra posizione in sella e al vostro assetto, saranno degli esercizi e delle correzioni “manuali” che otterranno i migliori risultati stimolando la vostra propriocezione. Anche per quanto riguarda gli istruttori vi sono diversi stili di insegnamento che possiamo così sintetizzare:

 

• Formali, cioè quasi esclusivamente legati ai termini e a istruzioni dettagliate.
• Dimostratori, molto affezionati alle similitudini e ai riferimenti figurati.
• Facilitatori, pragmatici, con la sola filosofia del “ti do i mezzi per riconoscere se fai bene o no, adesso tocca a te”.

 

Per quanto riguarda gli allievi, sapersi adattare ai diversi tipi di insegnamento diventa fondamentale per ottenere il massimo da più insegnanti, per esempio durante degli stage. Questa capacità può essere paragonata al conoscere più lingue. Così come dedicate molto tempo per sciogliere e ginnasticare il vostro cavallo alle due mani, allo stesso modo cercate di allenarvi (mentalmente) per esempio “traducendo” un concetto in un’immagine o viceversa. Per quanto riguarda istruttori, tecnici e trainer sarà fondamentale saper riconoscere le diverse modalità di comprensione degli allievi e usare diversi linguaggi, adattandoli alle loro risposte e alle loro esigenze.

 

PARLARE E AGIRE

 

La nostra mente è come un computer. Le parole che usiamo formano un copione che si concretizza in un’azione. Se non usiamo con attenzione le parole, potremmo contrarre un “virus mentale”. Ora, sfortunatamente, non sapremo di essere stati contagiati da un virus. Non vi sarà una finestra che si apre lampeggiando “operazione non consentita”. Invece, avrete probabilmente il preavviso di una diminuzione sia della qualità sia della soddisfazione del vostro apprendimento o della vostra prestazione.

 

Che fare? Tutto sta nella programmazione dell’istruttore che deve essere attento e responsabile dei termini che sceglie e adopera durante la lezione. Quando dico “adoperare”, mi riferisco sia agli istruttori, che hanno l’imperativo di comunicare, trasmettere, far capire, ma anche agli allievi, che non solo devono usare delle espressioni per descrivere le proprie sensazioni, ma tramite queste focalizzeranno delle percezioni rendendole coscienti, ripetibili e trasmissibili.

 

Ecco qualche suggerimento per aiutarvi a dare una spinta supplementare al potere delle vostre spiegazioni e della vostra equitazione. In definitiva, quello che dà incisività a frasi e parole che scegliete è il loro specifico significato. Frasi e parole chiave sono giusto quello: chiavi. Aprono porte di passate esperienze e sensazioni. Voi sapete com’è facile per le persone che vi conoscono bene schiacciare i bottoni giusti! Bene, dovete solo trovare con facilità i bottoni dentro di voi che promuovano dei buoni risultati. Come potete trovare i vostri termini? Individuare le vostre parole ideali sarà un allenamento che, nella pratica, necessiterà di molte correzioni e verifiche sul loro impatto sui vostri allievi.

 

IL DONO DELLA SINTESI

 

Quando dovete utilizzare parole chiave o frasi, corto è meglio, specialmente in gara. Inoltre interventi troppo analitici e che coinvolgono eccessivamente la parte sinistra del cervello possono momentaneamente fuorviare. Bisogna essere dei maestri per scegliere le parole che formino un concetto o chiariscano il senso per l’allievo. Insegnare e trasmettere è soprattutto una questione di tempismo e gli interventi, le parole, vanno presentate al momento giusto. Provate la parola comprimere, per esempio, quando volete riunire o la parola galleggiare, quando volete un buon tempo di sospensione.

 

Come avete visto, potete sviluppare un vostro linguaggio e dei vostri termini equestri per ricordare e definire dei concetti fondamentali. Potete archiviare nella vostra mente queste parole come “linguaggio della comprensione”. Potete invece schedare come “linguaggio di lavoro” quelle parole e quelle frasi che possono aiutare il vostro allievo immediatamente in quel momento, per esempio: “scendi nell’inforcatura”,“ fatti grande”,“apriti al movimento”. Questi interventi non sono emozionali e non devono trasmettere sensazioni volte ad affinare il tatto equestre,ma devono focalizzare l’attenzione dell’allievo sulla percezione della sua postura (propriocezione) e sull’insieme, la sincronia, l’unisono.

 

Infine i “pulsanti emozionali” devono essere indicazioni che evocano nei vostri allievi una specifica risposta emotiva. Devono essere usati preferibilmente in campo prova, quando avete bisogno di ottenere una certa condizione. Lo stato emozionale differisce di cavaliere in cavaliere: per alcuni si deve ottenere spensieratezza e serenità, per altri concentrazione, per altri ancora determinazione, incisività ed efficacia. In base alla risposta dei vostri allievi dovete sforzarvi di trovare i termini giusti.

 

LA SINDROME DELL’ORSO BIANCO

 

Equipaggiati con una ricca lista di definizioni e di affermazioni, farete meglio a difendervi da quei pericolosi virus che degradano le vostre capacità di comunicazione, deteriorando il vostro talento. Tutti noi, quando aumenta lo stress, usiamo frasi in modo meccanico e ripetitivo: sono risposte automatiche, le nostre inadempienze di scrittura e i nostri messaggi errati. Possono essere interventi come “non fare questo”,“evita di fare quest’altro”. Non solo questi messaggi sono inutili, ma non vi indirizzano correttamente e sono dannosi a livello emozionale.

 

La teoria di Daniel Wegner, psicologo ricercatore dell’Università di Harvard, nasce da una frase di un romanzo di Dostoevskij, Note invernali su impressioni estive. «Provate a porvi questo compito: non pensate a un orso bianco, e vedrete come il maledetto vi verrà in mente ogni minuto!». Le ricerche del prof.Wegner ci informano che i pensieri che vorremmo tenere più nascosti, hanno la spiacevole abitudine di crescere e rafforzarsi. In realtà è ancora poco chiaro come questo avvenga. Potrebbe essere – come spiega una avvalorata teoria – che il pensiero che tentiamo di sopprimere non sia completamente elaborato, coninui così a riemergere con prepotenza come quando molliamo la presa di un pallone che con fatica avevamo immerso sotto la superficie dell’acqua.

 

Un’altra teoria è che semplicemente il cervello non è in grado di elaborare il concetto di “non assomigliare”. Così quando voi vi ripetete in continuazione “non innervosirti, non tenderti”, la vostra mente si dibatte per immaginare quello che volete, focalizzando le immagini: nervoso, testo. Per neutralizzare questa situazione, scegliere le parole.

 

Se volete decontrazione scegliete fluido, sciolto, rilassato. Potrete usare anche frasi corte ed esemplificative: mani morbide, sentite il vostro corpo, sguardo in avanti e panoramico, e così via. Come esercizio, pensate sempre di non dirvi di non fare qualcosa. Memorizzate tutte le affermazioni ed esposizioni costruendo un linguaggio fattivo. Siate sicuri della sua incisività, chiarezza e di essere concisi prima di passare al gradino successivo di consapevolezza, applicando l’affermazione la prossima volta che la situazone vi si ripresenterà. Se insisterete noterete una differenza a livello di attitudine e di comprensione. Avvaletevi, per rafforzare un concetto o una sensazione, dei sinonimi, delle similitudini, delle figurazioni e la mimica, sia che siate istruttori o allievi, usando tutti i linguaggi a vostra disposizione per trasmettere, comunicare, condividere. Chiudiamo con una citazione di Francesco De Sanctis: «È il ben pensare che conduce al ben dire».

Testo e foto di Massimo Garavini


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