11 Agosto 2022

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La miseria dei cavalli di Montevideo

Una storia di degrado e disperazione che colpisce tutta la nostra sensibilità e che non può lasciare indifferenti chi ha la possibilità di intervenire.

Il racconto della vita e del lavoro di Andrea Salvagno, veterinaria di Montavideo, Uruguay, che lavora in mezzo ai cavalli da 20 anni e che aiuta come può i cavalli degli hurgadores, gente che vive di stenti e che per disperazione è disposta a fare qualsiasi cosa, anche uccidere un cavallo.
Di Paolo Birodi

 

Si chiama Andrea Salvagno e da bambina andava spesso in campagna dagli zii. Parlava con i cavalli, i cani, ogni animale della piccola fattoria rappresentava per lei un’occasione di dialogo e di gioco. Nelle verdi e dolci colline alle spalle di Montevideo, in Uruguay, ha incontrato così per la prima volta i cavalli ed è stato amore a prima vista.
Questa enorme passione per gli animali ha portato Andrea a iscriversi alla facoltà di veterinaria, dove ha potuto prendere coscienza della condizione dei cavalli da lavoro. L’approccio con questa terribile realtà ha deciso la sua specializzazione: Andrea sarebbe stata la loro veterinaria.

 

In estrema povertà
In questa situazione, così agli antipodi dallo sfolgorante lusso di Punta del Este, la spiaggia dei divi a pochi chilometri dal degrado più totale nel quale Andrea ha deciso di portare la sua opera, ha conosciuto il mondo dei raccoglitori di spazzatura, gli hurgadores, gente molto povera che sopravvive grazie alla raccolta e alla selezione dell’immondizia.
Con i loro carretti malconci, tirati da cavalli ancora più malconci, veri spettri equini, se ne vanno tutti i giorni, caldo o freddo, pioggia o vento, nei quartieri benestanti della città o nei centri commerciali a raccattare il pattume e tutto quello che possono caricare sul carro per poi, una volta rientrati a casa, nel Barrio, classificare per tipo il frutto dell’ingrato lavoro e vendere cartone, plastica, ferro e rame i grossisti che si portano via tutto per pochi centesimi.
Così vivono – ma “vivere” qui è un eufemismo, una sorta di miracolo che si perpetua tutti i giorni nello squallore, nella miseria e nella disperazione – intorno ai quartieri marginali di Montevideo quasi trecentomila persone. Insieme a loro ci sono più di cinquemila cavalli.

 

La dottoressa Salvagno si occupa dei cavalli abbandonati nelle strade e di quelli dei raccoglitori che le chiedono aiuto.

 

Casi spesso disperati
«Cosi inizia il mio lavoro con loro, ora sono l’unica professionista che si occupa di questi animali – racconta Andrea – e purtroppo i casi che si presentano sono spesso disperati.
Questa gente non ha i mezzi per dare cibo ai cavalli, a mala pena riescono a mangiare qualcosa loro, e non sempre, e quindi le povere bestie si arrangiano ingurgitando fameliche quello che trovano nella spazzatura che avvolge, come un muro pestilenziale, le baracche dei padroni, rovistando tra i cumuli ammassati ogni dove.
Una volta che i camion di abili mediatori si portano via, per pochi pesos, quello che serve, il resto rimane intorno alle loro abitazioni e nessuno si preoccupa più di portarla via prima che arrivino i nuovi sacchi di immondizia. Nonostante i cavalli abbiano un istinto molto selettivo, la fame è cattiva consigliera e riescono ad ingoiare di tutto, dai sacchetti di plastica alle corde, dai pezzi di carta a stoffa.
Questo provoca la formazione di agglomerati nello stomaco e quindi ostruzioni intestinali.
Per i soggetti colpiti non c’è scampo: devono necessariamente essere operati nell’unico posto che glielo può garantire gratuitamente, cioè la facoltà di veterinaria di Montevideo.
Nella stessa facoltà non si naviga nell’oro: ci sono pochi soldi per l’anestesia, le siringhe, gli antibiotici… In questo ambiente magari devono attendere per ore, rotolandosi per terra, aspettando il momento per essere operati.
Molti non ce la fanno e in ogni caso, anche quando sono stati operati, alcuni si salvano ma tanti, tantissimi muoiono”.

 

Nel Barrio manca tutto
«Una volta operati – continua la dottoressa Salvagno – non si risolve comunque il problema perché dovrebbero rimanere riguardati per la convalescenza, cosa che agli hurgadores risulta molto difficile perché campano del lavoro del cavallo.
Per loro non è pensabile tenerlo fermo per giorni.
In questo modo dovrebbero tirare da sé i carri, come fanno tantissime famiglie ancor più derelitte che non riescono a comprarsi un cavallo o che lo hanno perso.

La soluzione ideale sarebbe la prevenzione e che queste povere bestie avessero cibo sano o comunque idoneo, ma questo è impossibile visto che gli stessi proprietari non hanno la possibilità di avere cura di se stessi, vivono anche loro in mezzo alla spazzatura e, comunque, non hanno i soldi per comprarsi da mangiare».
Cercasi benefattori e medicine
L’ateneo è l’unico ospedale-scuola dell’Uruguay e la maggior parte dei casi clinici che vi arrivano sono proprio quelli dei cavalli dei raccoglitori di spazzatura. Uno dei grandi problemi è quando questi ultimi si improvvisano “veterinari”: anche se ci tengono ai loro cavalli, non sono all’altezza e spesso gli errori sono fatali con cure “fai da te”. Quotidianamente la dottoressa Salvagno medica – sempre tutto gratuitamente, spesso anche acquistando materiale e medicinali a proprie spese – ferite a cavalli aggrediti da altri hurgadores, che gettano loro dell’acido addosso per impedire la raccolta dell’immondizia alle famiglie “concorrenti”. «Ho visto anche dei animali cui era stato sparato o erano stati accoltellati. Sicuramente la situazione più orrenda è quando si rubano i cavalli tra loro per macellarli clandestinamente. Vengono uccisi con un colpo di mazza alla fronte, scuoiati e venduti agli abitanti di questi quartieri poveri. Le ossa sono legate insieme a dei pezzi di cemento e fatte sprofondare nelle paludi dei dintorni. Tutto questo è terribile così come è pazzesco una situazione di simile degrado esista a pochi chilometri dal centro di Montevideo».

 

Ma Andrea crede fermamente nel suo lavoro, nella tutela degli animali – e con essa quella delle persone che grazie a questi sopravvivono – e nella divulgazione di pochi, fondamentali concetti di buon senso, igiene e cura. Per quel poco che questi disperati possono permettersi. Nonostante le difficoltà a volte insormontabili, il quotidiano terribile che deve affrontare, non si è arresa e non si vuole arrendere.
Anzi, spera che un mecenate (per esempio un’industria farmaceutica, che “adotti” i cavalli e invii sul posto farmaci magari anche prossimi alla data di scadenza e non più commercializzabili) possa sensibilizzarsi alla sventura di uomini e animali dimenticati in un angolo di America Latina orribile come un day after.

Paolo Birodi


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