Storie d´altri tempi.
Un bambino si costruisce la frusta usando un ramo con un pezzo di corda, vuole imitare il carrettiere che ogni giorno passa nella strada da lui frequentata. Imitare il carrettiere, una figura imponente che nel suo immaginario è colui che usa un segno di potere, un segno di comando, la frusta.
Da Carrozze & Cavalli
Il sogno proibito era usare la frusta del carrettiere per sentirsi importante, potente, magari farsi comprare dal papà una frusta alla fiera del paese, la frusta bella con il manico di quel legno chiaro, con l’impugnatura lavorata e magari con del pelo di tasso intorno.
Nessuno sapeva dove si facessero quei bellissimi manici, ma nella Valle di Non, in Trentino, nel 1830 era stata fondata la prima fabbrica di manici da frusta che arrivò ad occupare nel 1920 fino a 350 addetti in 21 piccole industrie artigiane.
Nel mio girovagare alla ricerca di mestieri che scompaiono, mi sono imbattuto nei due fratelli Tullio e Rocco Tamè, ultimi depositari, nella cittadina di Taio, dell’arte di creare manici da frusta, un tempo ad uso soprattutto dei carrettieri e dei conducenti di buoi in occasione delle fiere ed oggi richiesti anche dagli schioccatori di frusta. Quello dei Tamè è un mestiere duro, eseguito quasi esclusivamente a mano, che si fonda sull’esperienza accumulata in tanti anni, generazione dopo generazione, quando il paese viveva di questa produzione.
Nascita e declino di un’arte
L’introduzione a Taio di questa industria, già conosciuta sia nel bresciano che in varie zone del Veneto e del Friuli, è dovuta a Simone Barbacovi, che seppe trarre vantaggio dalla posizione della cittadina sull’importante arteria commerciale Verona-Innsbruck, sia per l’importazione dal Veneto e dalla Lombardia della materia prima costituita dal legno di bagolaro (noto in alcune zone come “spacca sassi”) sia perché garantiva facili vie di smercio verso sud e verso il Tirolo e la Baviera. La fama di Taio ha però oltrepassato di gran lunga i confini del vecchio mondo, poiché le sue produzioni sono state esportante anche negli Stati Uniti, in Sud Africa ed in altri mercati extra-europei.
Purtroppo con il progresso ed il passaggio della zona alla monocultura della mela, l’industria dei manici da frusta è andata sempre più declinando, passando dalla produzione annua di 70.000 dozzine di manici dei tempi d’oro, ai circa 1200 attuali.
Il processo di produzione
È interessante seguire le varie fasi della produzione, ancora fatte prevalentemente a mano, nei locali che profumano di legno, di vapore, di duro lavoro, oggi come allora.
1. Spaccatura: questa operazione viene eseguita con cunei e mazzuolo per ridurre i tronchi di bagolaro in pezzi che vengono successivamente sgrossati. E’ un’operazione da fare esclusivamente a mano per non rovinare la vena del legno che lo renderebbe inutilizzabile per le fruste.
2. Squadratura: il singolo pezzo grezzo, bloccato in una morsa a pedale, viene ben squadrato per tutta la sua lunghezza con un coltello a due manici da parte dell’operatore che indossa a tracolla un giustacuore di protezione in cuoio.
3. Segatura in quattro parti: la parte squadrata viene divisa in quattro segmenti uguali segandola longitudinalmente con la sega a nastro eccettuati i primi 30 cm che costituiranno l’impugnatura.
4. Arrotondamento dei quattro segmenti: la base dei segmenti viene arrotondata con un piccolo coltello ricurvo a lama fissa. Si procede poi all’arrotondamento dei segmenti per tutta la loro lunghezza usando particolari piallette e posizionando i segmenti, uno alla volta, su di un apposito panchetto.
5. Attorcigliamento: l’operazione che permette di ottenere il manico da frusta nella sua veste quasi definitiva si esegue infilando i quattro segmenti in altrettanti tubicini di rame nei quali viene immesso il vapore prodotto da una piccola caldaia alimentati dagli scarti di lavorazione. Il vapore ha la funzione di ammorbidire i segmenti che vengono quindi attorcigliati facendo girare lentamente in senso antiorario la parte terminale, ovvero l’impugnatura, serrata in una morsa munita di due manici fino a che tutta la lunghezza del segmenti attorcigliati è uscita dai tubicini. Durante questa fase l’operaio indossa all’altezza del ventre un centratore in legno con fondo di metallo.
6. Fissaggio sul telaio per l’essicatura: immediatamente dopo l’uscita dai tubicini, il manico ritorto, ancora umido e caldo, viene fissato su di un apposito telaio per l’essicatura. L’apice viene legato con una cordicella mentre l’impugnatura viene bloccata tramite piccoli cunei di legno in speciali fenditure in modo da ottenere un prodotto assolutamente diritto.
7. Arrotondamento del manico: si arrotonda, infine, l’impugnatura che durante tutte le operazioni era rimasta nella forma squadrata, usando un semplice tornio ed uno scalpello.
8. Stiratura: l’operazione consiste nello “stirare” il manico da frusta inserendolo tra due assi gravate di pesi ed eseguendo, con l’aiuto di una speciale morsa, un’operazione simile all’attorcigliamento. Con quest’ultima operazione si ottiene il manico da frusta nella sua veste definitiva con tutti i segmenti attorcigliati simmetricamente.
La produzione dei manici non intrecciati è meno complessa, infatti dopo la spaccatura del legno, si procede alla fase di affinatura del manico. Molti erano coloro che si occupavano di altre fasi per la creazione di abbellimento dei manici, infatti si tornivano nella parte del manico per delimitare l’impugnatura procedendo con altri piccoli abbellimenti.
Fintanto che rimarrà aperta la piccola nicchia di mercato che vede l’impiego delle fruste di bagolaro in manifestazioni correlate alle tradizioni agricole come mostre di bestiame, sfilate di carri trainati da buoi o cavalli da tiro, e per i numerosi gruppi folcloristici di schioccatori, i fratelli Tamè, ultimi e tenaci frustai di Taio, sapranno far fronte alla domanda, ora quasi in regime di “monopolio”.
Negli articoli e nelle rubriche di Carrozze&Cavalli troverete spunti e risposte interessanti su storia, cultura, tradizione, agonismo e tempo libero.
Carrozze&Cavalli
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I manici attorcigliati ma ancora morbidi vengono fissati ad essiccare in una rastrelliera -
I fratelli Tamè, ultimi depositari trentini di un´arte che viene da lontano -
La morsa a pedale in cui viene fissato il pezzo grezzo che viene squadrato con il coltello a due manici indossando a tracolla un giustacuore di protezione in cuoio -
I quattro segmenti da attorcigliare vengono infilati negli appositi tubicini di rame ricchi di vapore e chiusi in una morsa che viene fatta girare manualmente in senso orario, tenendo ferma l´impugnatura con l´apposito centratore di cuoio e metallo legato sul ventre dell´operatore
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